Come può la conoscenza del campo energetico indicarci la strada per la soluzione?

Partiamo subito con la possibile definizione generica di un trauma: un trauma è un evento che “rompe” il normale flusso dell’esperienza pregressa. Un trauma dunque ha la particolarità di interrompere la regolare esperienza trasformando la nostra “visione” futura in negativo.

Il trauma può essere fisico o psicologico anche se, guardando alla totalità dell’evento traumatico, esso risulterà sempre sia fisico che psicologico.

Facciamo qualche esempio.

Trauma fisico: scendendo le scale, sono consentiti gesti scaramantici, non vi accorgete di una chiazza d’acqua su cui scivolate. Cadendo riportate una frattura parziale del femore e un forte trauma contusivo all’altezza lombosacrale della colonna vertebrale. Da questo momento inizieranno le cure ospedaliere atte a risolvere il caso le quali avranno una durata variabile in base anche alla risposta del vostro corpo.

In questo caso, l’origine del trauma è evidentemente fisica. Si potrebbe pensare che, trascorsa la convalescenza con conseguente ritorno alla normalità, il trauma sia scomparso. In realtà il trauma fisico è sempre accompagnato da un trauma psicologico. Le emozioni provate durante e dopo la caduta, il dolore, il trasporto in ospedale, le prime cure e tutto quello che ne è conseguito fanno parte del trauma stesso. Potremmo quindi assistere a un cambiamento di atteggiamento nei confronti di qualsiasi scala o verso qualsiasi situazione simile a quella vissuta. Ma non solo. I muscoli che interessano le parti colpite al momento del trauma, si sono contratte. Via via che abbiamo cominciato a migliorare, il muscolo ha cominciato a collaborare. Il problema però è che i muscoli non tendono a tornare alla condizione iniziale restando comunque in difesa della parte colpita. Questo “atteggiamento” muscolare, se non adeguatamente trattato, determina ovviamente un “anomalia” rispetto alla condizione iniziale che potrebbe, in relazione all’entità, portare problemi in futuro.

Trauma psicologico: il trauma psicologico ovviamente, come dice la parola stessa, origina nella psiche. Qui entrano in gioco dunque una molteplicità di fattori scatenanti. Una caratteristica fondamentale infatti che contraddistingue questo tipo di traumi è l’impotenza, l’ingovernabilità dell’evento che sta accadendo. Questa “condizione” non è il trauma stesso, ma uno dei fattori che ne amplifica la nostra percezione. Possiamo dunque dedurre che il trauma psicologico non è necessariamente oggettivo, tipo la rottura di un femore, ma è il frutto dell’interpretazione che diamo dell’evento o della situazione che abbiamo vissuto. Ma siamo sicuri di interpretare sempre nella maniera corretta? La risposta a questa domanda è doppia. “Sì” perché l’interpretazione è sempre soggettiva ovvero è frutto della nostra elaborazione e come tale è corretta e “No” in quanto tale elaborazione si basa su assunti non necessariamente corretti.

In parole povere, la nostra psiche interpreta la sua realtà seguendo degli schemi costruiti dal concepimento all’età attuale. In questi schemi sono presenti tutti quei condizionamenti dovuti all’educazione ricevuta, alla condizione sociale, alla scuola effettuata, alla religione o l’ateismo che ci caratterizza e anche a tutti quelli che ci siamo creati autonomamente. Un evento traumatico quindi a volte non è reale oggettivamente, ma lo sarà comunque per noi.

Il nostro campo energetico quale ruolo ha in tutto questo?

Il campo energetico è la somma del nostro stato fisico e del nostro stato psicologico. Esso è la rappresentazione energetica di noi stessi come peraltro, la psiche rappresenta lo stato del corpo e del campo energetico e il corpo lo stato psicologico e del campo energetico. L’unità che si mostra dalla fusione dei tre elementi alla base della vita.

Ogni evento che affrontiamo si traduce come una diapositiva nel nostro inconscio andando a porsi come riferimento futuro per eventi simili. Questo fa sì che il ripresentarsi di una situazione anche simile, ci ricolleghi temporalmente al vissuto passato rievocando caratteristiche specifiche del tempo in cui è avvenuto il primo trauma. Accade così che ciò che potrebbe rappresentare solo un problema, si trasformi in qualcosa di più pesante andando a peggiorare la nostra risposta psico-fisico-energetica.

La storia di Mario
TraumaPrendiamo adesso ad esempio l’attacco d’ansia e l’attacco di panico portando l’esperienza di un mio amico “paziente”.

Mario, nome di fantasia, era una persona abitudinaria, di ceto medio, con una discreta apertura mentale anche se diffidente. Era un tipo che si adattava facilmente, sicuro di sé, non aveva particolari vizi e nonostante fosse come detto abitudinario, il suo modello di vita era quello “alla giornata” per quanto possibile.

Nell’arco di due anni, Mario un giorno perde il lavoro. Poco male, pensa, troverò altro. A Mario muore la madre. Lo accetta abbastanza bene. Mario si lascia dalla compagna. Piange, si dispera, poi cerca di farsene una ragione. Un giorno Mario esce a cena con degli amici e nella notte, si sente poco bene. Una leggera congestione lo fa svegliare di soprassalto e correre in bagno. E’ già successo altre volte, non è fortunatamente niente di che. Ha avuto forti dolori di pancia e di stomaco oltre a giramenti di testa. Poi tutto è passato. Solo una cosa è diversa dalle altre volte. Questa volta Mario era da solo in casa. Passano dieci giorni e Mario si accorge che c’è qualcosa che non va in lui. Si sente strano, sempre in ipercontrollo. Si accorge del passaggio di piccole bolle d’aria nel suo corpo, si rende conto di controllare spesso i suoi nei, si sente stanco e ogni reazione del suo corpo lo fa preoccupare. Una volta gli capita poi di non riuscire ad arrivare in fondo al proprio respiro. Vorrebbe fare un respiro profondo, di quelli liberatori, ma non ci riesce. Da quel momento succederà spesso e inoltre comincia ad avvertire piccoli giramenti di testa. Poi arriva una sera in cui tutto comincia a peggiorare. Sente un dolore al braccio sinistro, avverte formicolii alle mani e alle spalle, il cuore batte all’impazzata, suda. Pensa: mi sta venendo un infarto! Si sdraia sul divano chiudendo gli occhi ma il silenzio amplifica le sue sensazioni. Allora si alza, gira per la casa ma stando in piedi gli sembra di svenire. Si sdraia, si alza, si sdraia e si alza ancora poi… tutto passato. Gli riaccadrà a distanza di giorni e poi ancora e ancora fino a quando dovrà conviverci quasi giornalmente. Ma cosa sta succedendo e perché?

Mario comincia a convincersi di avere qualcosa di grave. Va dal medico, fa le analisi del sangue e tutto ciò che gli viene a mente. Niente, per la medicina non ha niente! Nel frattempo io cerco di fargli capire che i suoi sono semplicemente attacchi d’ansia. Gli ricordo gli eventi che gli sono capitati cercando di fargli analizzare la causa e non il problema. Mario però non si vuole convincere. Ripete di non essere pazzo nonostante io come altri gli ripetiamo che questa situazione non è frutto di alcuna pazzia. Passa ancora un mese dove non riesce più nemmeno a dormire. Si sveglia ogni cinque minuti durante l’arco della notte in tutte le notti. Mario decide che è arrivato il momento di provarle tutte. Sa cosa faccio e mi chiede di provare ad aiutarlo.

Ecco finalmente il primo passo fondamentale verso la soluzione. Accettare di avere un problema e aprirsi alle possibili soluzioni. Chiedere significa aprire una porta affinché qualcosa possa entrare.

Conosco bene Mario, conosco il suo modo di pensare e lo conosco energeticamente. Altre volte aveva voluto qualche trattamento così, tanto per provare. Siamo amici ma questo non significa che accetta tutto quello che ho da dirgli. Lui ha il suo modo di pensare ed io il mio.

A livello energetico io so già bene o male cosa troverò. Non importerebbe nemmeno “ascoltarlo” ma lo faccio in modo di dimostrargli che non sto solo supponendo, lo sto rilevando. Come immaginato comunque, Il 3° e 4° chakra sono in evidente difficoltà e anche il 1° non scherza. A livello dei meridiani, il canale della Vescica e del Fegato sono in forte agitazione e quelli del Rene e del Grosso Intestino stanno faticando. Il quadro potrebbe essere chiaro ma non è così facile. Posso utilizzare tutte le tecniche che voglio ma c’è una cosa che prima di tutto Mario deve capire e che già da sola risolverebbe il problema. Deve cambiare la sua convinzione di stare male. Robert Bolt disse:

“Una convinzione non è solo un’idea che la mente possiede, è un’idea che possiede la mente”.
Niente di più vero!

Che cosa dice il suo campo energetico
Io e Mario cominciamo principalmente a parlare. Una chiacchierata fra amici che si confidano. Cerco di spiegargli il perché quei chakra e quei meridiani potrebbero avere il problema che ho riscontrato. Evito di parlare direttamente dei suoi eventi passati affinché possa arrivarci da solo.

Il terzo chakra o chakra dell’ombelico è il riflesso del nostro ego. Si nutre della libertà di esprimere noi stessi attraverso la nostra possibilità di agire. Ha bisogno di sentirsi genuino, di non doversi nascondere e di identificarsi con ciò che facciamo. Soffre quindi le limitazioni se queste non sono inflitte autonomamente ma soprattutto, può terribilmente devastarsi quando proviamo vergogna, qualunque ne sia il motivo.

Il quarto chakra, quello del cuore, è il chakra che ci identifica socialmente. Grazie a esso possiamo “essere” ed esprimere la nostra personalità. Amiamo e desideriamo essere amati. Essendo il chakra centrale dei sette, soffre enormemente le limitazioni degli altri sei e tende a chiudersi quando proviamo dolore, un dolore profondo, emotivo. La morte di una persona cara, la fine di un amore ci fanno rinchiudere in noi stessi. Si tende a isolarci e a parlare poco, a vivere il dolore in maniera solitaria. Spesso alla morte di un parente stretto, pensiamo a cosa potevamo dire e non abbiamo mai detto, a cosa potevamo fare e non abbiamo fatto, a chiederci se sapesse cosa effettivamente provavamo e se siamo stati in grado di trasmetterglielo. Questi pensieri sono accompagnati da una leggera sensazione di inadeguatezza che si potrebbe tradurre appunto in vergogna. Vergogna di non essere stati in grado di aver detto per esempio a un genitore “ti voglio bene” nonostante lo pensassimo con tutto il cuore.

I due chakra dell’ombelico e del cuore, si riflettono nel nucleo dell’ego. Questo nucleo ha due caratteristiche con il quale nutre i due chakra. Il bisogno di controllo e la necessità di amare e sentirsi amato. Controllare ci permette di definirci, ci contorniamo di oggetti che soddisfano il nostro ego e che esprimono chi siamo. Vogliamo avere e più abbiamo più ci sentiamo di “essere”. Una bella casa che altro non è che l’estensione di noi stessi, un bel televisore possibilmente grande come una parete, per gli amanti… tecnologia a go go e poi auto, oggetti di valore e ancora e ancora per sentirci vivi. Per chi è meno attento alla materialità invece c’è la fame di sapere. Più si conosce più ci sentiamo appagati e importanti, ci sentiamo persone dotte, informate, di rilievo. Tutto questo, materiale e non, ci permette di avvertire di avere il controllo della nostra vita. Abbiamo però, anche se a volte nascosto, il desiderio di godere del fatto che gli altri ce lo riconoscano. Gli oggetti più importanti quindi sono sempre in bella vista a catturare lo sguardo di chi ci fa visita, per mostrare chi siamo. Nei discorsi ci piace insegnare qualcosa di nuovo e far valere la nostra conoscenza. Tutto questo, se ottenuto “legalmente” e “moralmente”, non sono difetti, sono necessità del nostro nucleo. Abbiamo bisogno di identificarci e di condividerlo. Essere qualcuno in un’isola deserta, significa non essere nessuno.

Passo a spiegargli quindi le emozioni che riguardano i meridiani che ho trovato in squilibrio energetico. Mario è già giunto a una sua conclusione. Ora ha bisogno di conferme.

Il canale della vescica soffre la paura. La paura è esplosiva e avviene in presenza di perdita di controllo. Che motivo avremmo di provare paura di fronte a una situazione che siamo in grado di controllare?! Non importa se saremmo comunque in grado di controllarla, se la paura ci assale, anche il controllo viene meno. Il meridiano dei Reni invece è legato al timore. Questa sensazione, al contrario della paura non è esplosiva, ma cova dentro, perdura nel tempo. Ad esempio, avere paura del futuro non è una paura reale, è solo il timore di quello che ci aspetta. Ovviamente anche questo aspetto psicologico è collegato all’assenza di controllo. Avere timore del proprio capo, di ciò che ci riserverà il futuro, della reazione della propria compagna o compagno, sono tutti stati timorosi riconducibili al mancato controllo su quello che potrà accadere.

La tristezza è invece il demone del Grosso Intestino. Essere triste tende a isolarci, a rinchiuderci nel nostro territorio dove ci sentiamo al sicuro per piangere o peggio ancora piangerci addosso. La tristezza provoca dolore. Al contrario della malinconia, è anch’essa una condizione esplosiva. Veniamo sopraffatti dalla tristezza alla morte di un parente, in seguito a una forte delusione amorosa. Non serve molto tempo per cominciare a riprendersi ma in molti casi, la tristezza è accompagnata dalla rabbia. C’è da fare però una differenziazione di questo sentimento. Esiste la rabbia, quella che esplode in un momento raccolto e che ci fa perdere la ragione ed esiste la rabbia repressa, quella condizione che ci portiamo dentro in silenzio. Anche questa tende spesso a isolarci per paura di esplodere. Ecco dunque il meridiano del fegato il quale è la vittima della rabbia repressa.

Tutti gli aspetti psicologici descritti di questi meridiani sono riconducibili al controllo, alla solitudine, al dolore e alla nostra sicurezza intesa come solidità personale. Si potrebbe andare a cercare quale elemento effettivamente abbia scatenato la condizione generale che si è venuta a creare, ma significa entrare in un tecnicismo più profondo e mentale che si potrebbe recuperare e sostenere con la teoria dei 5 elementi ed altro, ma io sto parlando con Mario. Non sono a un corso professionale, quello che mi preme è che MARIO faccia quei collegamenti principali che gli servono a fare il primo passo per l’accettazione.

Il processo di comprensione ha inizio
Si apre. Racconta di come aver perso il lavoro lo abbia non solo ovviamente intristito, ma della sensazione di vergogna che ha provato nel sentirsi inutile alla causa economica familiare. La paura di non trovare più un lavoro che gli desse sicurezze per il resto della vita in quanto il tutto accadde a ridosso di quella che viene chiamata crisi globale. Le limitazioni che si è dovuto imporre per spendere il meno possibile e il dolore provato nel vedere la sua compagna improvvisamente diventare meno felice a causa della preoccupazione. Poi la morte della madre, accettata comunque decisamente bene in seguito alla sua condizione pregressa di malattia tanto dall’arrivare a sperare da una parte la sua morte. Non per una liberazione personale, ma per liberare la madre dalla condizione in cui versava. Questo pensiero però era anche stato frutto di vergogna per essere comunque arrivato a pensarlo, tanto che ancora oggi, ovvero il giorno in cui me lo raccontò, era per lui un problema. Infine la fine della sua storia d’amore, la sua roccia. Il suo castello inattaccabile era crollato sotto i colpi della vita che negli ultimi due anni lo aveva investito. Era convinto che la fine della coppia non derivasse da una mancanza d’amore che risultava ancora presente e chiaro a tutti e due, ma dall’impossibilità, per lungo tempo, di riuscire a vivere effettivamente la coppia. A questo punto aveva perso il controllo di tutto, avrebbe voluto uscire ma si rinchiudeva in casa spinto da una forza che lo sovrastava. Ogni tanto si forzava e ci riusciva. Come quella sera in cui è andato a cena con gli amici. Una sfortunata coincidenza lo aveva fatto sentire male e si era trovato nella notte con dolori fortissimi, la sensazione di svenire e nessuno a cui chiedere aiuto. Aveva temuto per sé stesso. In solitudine.

Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Non solo aveva perso il controllo della sua vita sociale, ma percepì il rischio di perdere anche il controllo sulla sua vita fisica. Nacque così l’ipercontrollo, l’ipocondria, il suo stato di agitazione costante. Ed ecco anche il motivo del problema al suo primo chakra, quello delle radici, dell’istinto di autoconservazione.

Il quadro era completo. Ma non solo. Si ricordò che l’insieme di queste sensazioni le provò anche durante l’infanzia. All’epoca non si scatenarono in attacchi d’ansia, ma furono di certo presenti.

Alla morte del nonno la sua famiglia si trasferì a trenta chilometri dalla città, in periferia. Questo, per lui che era un bambino, significò perdere la casa, perdere gli amici, cambiare scuola, dover ricostruire quelle che erano le sue sicurezze. Da adulti sappiamo che tutto ciò non sarà un grosso problema ma per un bambino, quelli rappresentano i suoi problemi.

Le conclusioni
Mario aveva compreso. Compreso! Non capito! Per quello ci voleva ancora del tempo. Ma il tempo arrivò e piano piano, attacco dopo attacco, cominciò a viverlo in maniera differente. Si era CONVINTO che non aveva niente a livello fisico e non temeva più per la sua vita. Attendeva che l’attacco passasse. Di questo diverso approccio ne ha ovviamente beneficiato subito il primo chakra. Il suo riconquistato controllo delle “radici” ha dato una spinta emozionale (2° chakra) che piano piano si è trasformata in logica razionale. Mario ha quindi cominciato a far riemergere le sensazioni provate all’epoca delle situazioni spiacevoli per rianalizzarle “a freddo” notando che gli attacchi diminuivano di potenza. Adesso era in grado di controllare il malessere. Ma non aveva ancora finito! Il nuovo modo di vedere ciò che gli era capitato lo ha portato a riaprirsi con le persone e a tornare gradualmente al Mario che conosceva. Lui lottava, non mollava mai per ciò che veramente riteneva importante. Mario ha quindi riconquistato la sua compagna e un posto di lavoro.

Ci siamo visti pochi giorni fa. Mi ha raccontato che gli attacchi d’ansia sono solo un ricordo. Energeticamente è completamente trasformato. Ha i suoi problemi, come tutti, ma si sente Mario!

Come detto: un trauma è un evento che “rompe” il normale flusso dell’esperienza pregressa. Se non elaborato correttamente esso si insinua nel nostro subconscio e sarà anche il “riferimento” per situazioni analoghe. Non necessariamente per eventi simili, ma per emozioni simili. Un trauma richiama un vecchio trauma, si somma e si amplifica. Il campo energetico reagisce adattandosi e anch’esso richiama la situazione energetica del vecchio trauma. Al fisico non resta altro che parlare con la sua lingua: la patologia, il malessere.

Che sia fisico, che sia psicologico, un trauma agisce su tutti i nostri tre stati dell’”essere”. Fisicamente, a volte, non possiamo trovare risposte esaurienti ma solo prendere atto di ciò che ci accade Psicologicamente possiamo trovare difficoltà dovute alle debolezze e le autolimitazioni del cervello. A livello energetico però, possiamo trovare una spiegazione che razionalizzi la psiche convincendola e rassicuri il fisico rilassandolo.

Un trauma non è l’evento, ma l’interpretazione che ne hai dato!

Dr. Bruno Maria Camerani

Specialista in Osteopatia, si occupa di aiutare il paziente ad intraprendere un percorso di consapevolezza volto a ripristinare un nuovo equilibrio grazie a tecniche osteopatiche strutturali, viscerali, cranio-sacrali, fasciali, di energia muscolare, somato-emozionali e biodinamiche volte a stimolare nel corpo del paziente il meccanismo di autoguarigione e ad aiutare la persona a comprendere la causa del suo sintomo. Attualmente svolge la sua attività in libera professione presso il suo studio privato di Roma, Frascati e Ciampino.

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