Osteopatia per le future mamme Contro mal di testa e dolori alla schiena in gravidanza

L’osteopatia può essere particolarmente utile in gravidanza, quando la crescita del pancione porta a cambiare gli schemi posturali preesistenti, accentuando la curvatura lombare e modificando per compensazione la curva dorsale. Per questo, nel corso dei nove mesi è facile che la futura mamma vada incontro a tensioni lungo la colonna, che possono causare dolori alla schiena o ai nervi sciatici che si irradiano verso le cosce, così come possono comparire dolori nella parte alta, come cervicalgie o mal di testa. Grazie a tecniche manipolative dolci e non invasive, l’osteopata sblocca tali tensioni e aiuta la colonna ad adattarsi meglio alle modificazioni posturali, liberando da restrizioni di movimento.

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Neo-mamme e mal di schiena: un aiuto dall’osteopatia

Attraverso la manipolazione il dolore associato ai postumi del parto diminuisce di oltre il 70%. Lo studio pubblicato dalla rivista Journal of the American Osteopathic Association

Il mal di schiena persiste anche dopo il parto? Nessun problema, la soluzione è l’osteopatia. Senza l’ausilio di nessun farmaco anti-infiammatorio in poche sedute è possibile ridurre in maniera significativa la percezione del dolore. Ad affermarlo è uno studio presentato oggi dalla rivista Journal of the American Osteopathic Association.

 

Come spiega la dottoressa Jennifer Caudle della Rowan University School of Osteopathic Medicine, una delle autrici dello studio, «le complicanze che si possono verificare dopo la nascita di un bambino non riguardano solo la depressione post-partum. Una di queste è il mal di schiena, un problema che può causare notevole disagio limitando la normale attività quotidiana». Il mal di schiena infatti non è poi così raro nel periodo prima e dopo la gravidanza. Secondo gli esperti il dolore affligge circa il 50% delle donne a partire dal primo trimestre della gravidanza sino ad alcuni mesi dopo la nascita del piccolo.

 

Farmaci a disposizione ce ne sono ma l’impiego dovrebbe essere limitato per brevi periodi. Ecco perchè un trattamento non farmacologico come la manipolazione da parte dell’osteopata può essere utile in questi casi. Per verificare l’efficacia dell’approccio gli autori dello studio hanno diviso in due gruppi 80 donne accomunate da mal di schiena post-parto. Al primo sono stati proposti quattro trattamenti ad intervalli di due settimane l’uno, al secondo nessuna terapia.

 

Dalle analisi è emerso che nelle donne, in seguito alla manipolazione, il dolore -valutato con un apposita scala- è diminuito di oltre il 70% rispetto a quelle che non erano state trattate. Questi risultati mostrano che nelle donne che hanno partorito è possibile arrivare a ridurre il dolore senza l’ausilio di terapie farmacologiche. Un dato importante poiché, soprattutto nella fase di allattamento, i farmaci utilizzati possono essere “passati” al latte materno» conclude l’esperta.

Il training autogeno respiratorio durante il travaglio

 

Il training autogeno respiratorio, o metodo RAT, può agevolare il rilassamento durante il travaglio e, di conseguenza, aiutare ad affrontare meglio il dolore. Si apprende solitamente nei corsi pre-parto ed è un metodo naturale per gestire le contrazioni

Che cos’è il training autogeno respiratorio.

Il training autogeno respiratorio nasce come tecnica per combattere lo stress ed è attualmente molto utilizzato per aiutare le donne ad affrontare in maniera più serena il travaglio. Si compone di sette esercizi che integrano tecniche di rilassamento, respirazione autogena e immaginazione. Per imparare il metodo, occorrono l’aiuto di uno psicologo e molto esercizio autonomo. Il RAT va interiorizzato; deve, cioè, diventare un meccanismo automatico; il travaglio è un momento di grande stress fisico ed emotivo e, per poter applicare in maniera efficace il metodo, è dunque importante che la futura mamma lo conosca bene.

Come si impara il training autogeno respiratorio

Solitamente, le lezioni durano circa un’ora e lo psicologo propone gli esercizi in maniera graduale e seguendo un ordine prestabilito.

I primi cinque esercizi mirano ad allenare la percezione del corpo e l’immaginazione; inoltre si impara ad osservare il proprio respiro naturale. Gli altri due portano elementi di disturbo durante l’osservazione del respiro; il fine è quello di allenare la capacità di concentrazione sul proprio respiro anche in condizioni stressanti. Infine, la contrazione viene associata ad immagini e frasi guida; solitamente si usa “mi respira”.

Training autogeno e travaglio

Il training autogeno applicato al travaglio è una tecnica che utilizza il respiro per attenuare il dolore. Grazie al respiro autogeno, l’organismo riesce ad esercitare integralmente la propria funzione respiratoria, anche in situazioni di affaticamento e di stress, qual è, appunto, il travaglio. Se ne ricava un duplice beneficio: si riduce la se sensazione di dolore per la madre; si garantisce una migliore ossigenazione al bambino.

Il training autogeno respiratorio non fa leva su meccanismi illusori; non si pone cioè come negazione del dolore ma, aiutando a controllare del respiro, favorisce il rilassamento del perineo e quello generale.

È molto utile, inoltre, anche nella fase espulsiva. Urlare durante il parto non è di alcuna utilità e anzi può essere dannoso. Il respiro regolare, profondo e lento è, invece, di grande aiuto.

Quando e dove imparare il RAT

Il training autogeno respiratorio può essere appreso frequentando un corso preparto presso consultori, ospedali pubblici o strutture private. Bisognerebbe iniziare al massimo intorno al quarto mese di gravidanza.

Per informazioni sui corsi della propria zona occorre rivolgersi ai reparti di ginecologia, ai consultori locali, oppure al proprio medico di fiducia.

Per acquisire la tecnica è importante esercitarsi in maniera assidua per alcuni mesi in modo che il controllo della respirazione diventi un meccanismo spontaneo.

Il training autogeno respiratorio, una volta appreso, può essere applicato a tante altre situazioni stressanti.

Per poter utilizzare il training autogeno respiratorio durante il travaglio bisogna esercitarsi, seguendo un programma che può essere appreso seguendo i corsi preparto. Nella quasi totalità dei corsi preparto si insegna, infatti, il training autogeno.

Le emozioni del bambino durante la gravidanza decidono la sua vita futura

Durante la gestazione, madre e bambino costituiscono un tutt’uno emozionale: il legame tra le emozioni e i traumi nel periodo prenatale e la futura vita del bambino in età adulta

Nel film 2001 Odissea nello spazio Stanley Kubrick ripercorre tutti i passaggi dell’evoluzione della vita su questo pianeta come processo necessario a rinnovare la meraviglia, lo stupore, ma anche a stimolare una rinnovata attenzione alla vita così come si presenta a ciascun uomo e a ciascuna donna nella sua interezza. Che cos’è il nostro esserCi se non un eterno accorgersi della vita intorno e della vita dentro? Ogni nostro gesto, ogni nostro pensiero, le nostre azioni, anche le più semplici, da dove originano, da cosa sono motivate? Noi siamo liberi così come crediamo? Chi siamo noi? Chi sono io? Perché un odore può dare fastidio e un altro può suscitare una commozione, perché alcune persone compiono gesti che suscitano dei ricordi, perché fumo, perché mangio troppo o troppo poco e così via? Ognuno di noi potrebbe campionare tranquillamente tutta una serie di comportamenti propri o degli altri a cui è consapevolmente sensibile e da cui è inspiegabilmente attivato a livello emozionale, secondo vari gradienti, fino ad arrivare, talvolta, a essere bloccato nell’agire a causa del proprio modo di “sentire” la realtà. Joaquin Grau descrive questo mondo emozionale, talvolta così travolgente, come “verità sentita” e la definisce coraggiosamente come l’“unica verità”. E ipotizza, così come tanti altri autori, che molte delle azioni, pensieri, scelte che le persone compiono in età adulta siano il necessario svolgersi di una sinfonia le cui note primordiali sono state tutte scritte, sotto dettatura, dal concepimento alla nascita, e successivamente nei primi anni di vita. Nostro malgrado ci troveremmo cioè costretti a sviluppare nella nostra esistenza tutta una serie di comportamenti per rinnovare l’attenzione emozionale necessaria alla risoluzione o alla compensazione delle condizioni traumatiche che si sono presentate dalconcepimento alla nascita e successivamente almeno nei primi anni di vita. Grau definisce queste condizioni con l’acronimo “CAT”, cioè Cumuli Analogici Traumatici: le prime note, il primo deposito nella memoria cellulare, di emozioni qualitativamente e soggettivamente dolorose e quindi non pienamente ascoltate o respinte come “sentire”. Ovvero ipotizza come presupposto di partenza per un percorso di comprensione e superamento, la possibilità di attivare una consapevolezza di noi nell’attraversamento delle nostre emozioni, quando percepite come dolorose e spiacevoli.

L’universo emozionale del bambino
Questa riflessione, che non vuole essere un’affermazione, bensì uno stimolo di ricerca, ci può portare a riconsiderare tutto il processo, dal concepimento alla nascita, come interregno di sviluppo e deposito dei primi nuclei traumatici emozionali a carico della memoria cellulare dell’embrione, del feto e poi del bambino. Come sappiamo, il primo aggregato di cellule nel grembo della madre non pensa, perché non ha a disposizione un sistema nervoso centrale maturo, ma è suscettibile alle emozioni della madre che inconsapevolmente trasmette il suo sentire piacevole o spiacevole al tutto in potenza, ma ancora indifferenziato, che ospita all’interno del suo corpo e che sta diventando, giorno dopo giorno, il “suo” bambino. Durante la gestazione, madre e bambino costituiscono un tutt’uno emozionale in cui la madre processa il suo sentire, ovvero lo comprende e lo trasforma, mentre l’embrione – poi feto e bambino – ne viene impregnato mantenendo nella propria memoria profonda l’emozione, la quale potrà poi successivamente riemergere in età adulta in presenza di situazioni emozionalmente analoghe. Il bambino cresce, si sviluppa e apprende fino all’età di circa sette anni sostenuto da processi di pensiero tipicamente definiti come analogici e prelogici, mantenuti dalle onde cerebrali theta, caratteristiche dell’emisfero cerebrale destro. La fondamentale differenza di questa modalità di apprendimento rispetto a quella fondata su processi logici e razionali (che appartengono all’emisfero sinistro e che si muovono sulle onde beta, più veloci) che si sviluppano nel corso della crescita e dominano la vita adulta, consiste nel fatto che il bambino si muove, in questo periodo della sua esistenza, in una dimensione in cui non è il nesso causale a costruire il suo universo di conoscenza, bensì quello analogico. Le cose, le esperienze, si richiamano perché riconducono allo stesso vissuto emozionale e non perché sono simili per caratteristiche oggettive: è la qualità dei vissuti a generare i nessi che costituiscono il mondo in cui il bambino vive. Un’esperienza emozionale di abbandono, ad esempio, può essere vissuta in diverse circostanze e per motivi completamente diversi, ma tutto ciò, per l’emisfero cerebrale destro, che è l’archivio delle nostre emozioni, non riveste alcuna importanza. Ciò che conta è che il bambino, in quel momento, anche in una circostanza oggettiva radicalmente diversa, si trova a esperire nuovamente quella emozione. Né va dimenticato che il bambino, nella pancia della mamma e in diversa misura fino a circa due anni, non distingue tra le sue emozioni e quelle che gli provengono dal quel sé più grande che per lui è l’unico universo esistente: la madre. Fino all’età di sette anni il bambino non riesce a produrre i primi tentativi di ragionamento formale, cioè consequenziale, secondo un punto di vista logico, tant’è che per poter comunicare con lui ci riferiamo alla necessità di utilizzare linguaggi magici e analogici, tipicamente utilizzati nelle fiabe, nelle ninne nanne e nelle cantilene. Fino all’età di sei anni circa, è impossibile consolare un bambino che piange perché ha avuto paura del rumore di un aereo che sta passando nel cielo, o delle urla di persone che discutono fra loro. Inutile convincerlo a parole di non aver paura e che questi stimoli non lo riguardano e che tantomeno sono pericolosi per lui: egli li percepisce come un cucciolo indifeso nella foresta, che non sa interpretare correttamente la realtà che o circonda e che prova potenzialmente paura per tutto. Conviene invece abbracciarlo, coccolarlo, accarezzarlo, cioè fargli “sentire” attraverso l’esperienza fisica, un’emozione gratificante e piacevole, per scacciare l’esperienza spiacevole dal suo qui e ora. Il bambino vive costantemente nel presente. Dai sei o sette anni in poi, con la maturazione del pensiero logico sostenuto dalla maturazione delle onde cerebrali beta, il bambino è in grado di “leggere” la realtà e di “discernere”, acquisendo una risorsa di protezione per il mondo emozionale. È caratteristica del pensiero beta l’analizzare, dividere, distinguere e selezionare. Non a caso in questa fase di sviluppo del bambino si stabilizzano ed entrano a far parte della sua esperienza concreta i concetti di tempo, spazio, io, mio, e il linguaggio verbale viene utilizzato stabilmente come strumento di comunicazione col mondo esterno.

Comprendere i nuclei emozionali traumatici
A partire da questo impianto, quali sono le risorse reali che consentono di fronteggiare lo sviluppo di contesti emozionali disfunzionali o addirittura dannosi per il benessere della persona? Grau definisce e riunisce l’insieme di queste risorse nell’Anateoresi, che non è una disciplina o una scienza esatta, bensì un’esperienza del soggetto, affettivamente ed emozionalmente presente a sé e che consapevolmente ricontatta i propri nuclei emozionali traumatici per risentirli in modo consapevole anche a livello fisico. Questa riconnessione permette di ricondurre quei nuclei a un contesto che viene visto, sentito, attraversato, in una parola compreso: finalmente theta può parlare a beta, e l’esperienza dolorosa può essere integrata dai due emisferi, il destro e il sinistro, e dai due linguaggi – logico e analogico – e diventare bagaglio di esperienza vissuta e sapienza reale da trasformare in accresciuta consapevolezza ed equilibrio della persona. Nel percorso dell’Anateoresi è l’operatore ad accompagnare la persona in questo incontro con parti di sé, attraverso un rilassamento profondo a onde theta in un’esperienza di soglia da cui affacciarsi consapevolmente sui contenuti emozionali nascosti, celati e dimenticati, ma ricontattati con l’utilizzo di linguaggi specifici, squisitamente analogici. L’Anateoresi mette quindi a disposizione due esperienze reali: un rilassamento profondo, che prende il nome di “induzione allo stato regressivo anateoretico” e il dialogo anateoretico, modalità di accompagnamento all’esperienza. Sono questi gli strumenti che contraddistinguono la prassi anateoretica da altre tecniche di supporto alla persona per il proprio benessere.
Sviluppo emozionale in utero: un percorso per mamme in attesa
Questo percorso riguarda le persone adulte che decidono di affrontare eventuali nodi irrisolti, di natura fisica o emozionale, che avvertono presenti in loro. La domanda da porre a questo punto però è: come intervenire preventivamente per contenere, ridurre, governare l’impatto emozionale traumatico sul figlio in gestazione? A questo scopo è stato ideato, costruito e sperimentato il percorso prenatale rivolto alle mamme in attesa. La mamma che prende coscienza della relazione che esiste tra quello che vive personalmente e quello che si trova a vivere il bambino, può, prima di tutto, con questa consapevolezza, cercare di evitare, per quanto possibile, impatti emotivi forti e stress particolari, sia psichici che fisici. A un livello più profondo, però, può andare a ritrovare o a riscoprire la forte connessione di natura percettiva ed emozionale che da sempre ha in sé, in nuce, col proprio bambino, ma di cui non sempre è consapevole, e che ruota intorno a due elementi fondamentali: la trasmissione di amore e la trasmissione di presenza, di esserci. Queste due chiavi, apparentemente “ovvie”, certamente naturali, e assolutamente sufficienti, costituiscono a un livello profondo la base su cui il bambino ha la possibilità di costruire una biografia emozionale equilibrata e serena. Grau articola il percorso prenatale intorno al contatto percettivo con il bambino, che apre a un ventaglio molto ampio di esperienze da vivere insieme – mamma e bambino – e che sono tutte di natura gratificante. In questa dimensione la cosa più importante è che la madre possa trasmettere amore in maniera profonda e consapevole, scoprendo una possibilità di comunicazione e scambio a cui lei sola può accedere, facendo percepire al bambino il fatto di essere costantemente accanto a lui, e di trasmettergli amore e presenza. Questo tipo di contatto percettivo-emozionale può essere ritrovato attraverso alcune sedute di Anateoresi prenatale per poi, una volta compreso, essere esperito e rivissuto in qualunque momento della giornata dalla madre stessa, senza bisogno di altro sostegno se non quello della fiducia in se stessa e della sua capacità di “sentire” il suo bambino.

Episiotomia, un aiutino “tua sorella”

“Signora, adesso facciamo un taglietto, un bell’aiutino così questo figlio nasce prima…”

Nella migliore delle ipotesi, quando la donna viene avvisata di quel che stanno per fare (cosa che, ahinoi, non sempre accade), questa è una delle frasi che spesso può capitare di sentir dire in sala parto.
Facciamo un passo indietro. Cos’è l’episiotomia? E’ il taglio, eseguito con forbici chirurgiche, effettuato sui tessuti perineali materni (cute – mucosa vaginale – muscoli del pavimento pelvico) nel momento di venuta al mondo del bambino, durante una contrazione, quando verso la fine delle spinte la testa sta per nascere. Andrebbe eseguita previa infiltrazione con anestetico locale, ma mi raccontano che questo non sempre accade.
L’episiotomia è oggigiorno troppo spesso eseguita senza una reale motivazione. In alcune strutture ospedaliere viene effettuata quasi come routine a tutte le donne al primo figlio. Da qualche parte, si legge o si sente che l’episiotomia può essere effettuata su decisione del personale sanitario (ostetrica – medico) presente in sala parto per prevenire lacerazioni importanti del perineo, proteggendolo. Tagliare tre diversi strati (ripeto: cute – mucosa – muscolo) per prevenire una lacerazione spontanea, e per proteggere il perineo. In sintesi: ti taglio per evitare che ti laceri spontaneamente. Ti taglio per proteggerti. Provate a ripeterlo almeno cinque volte ad alta voce, e ditemi che senso ha (se ancora ne ha uno).
Durante la nascita del bambino, può accadere che i tessuti della mamma vadano incontro ad una lacerazione spontanea. Questo è normale, lo prevede la natura. Nella quasi totalità dei casi, la lacerazione coinvolge la sola cute o anche la mucosa vaginale. In casi rari ed eccezionali la lacerazione può estendersi alla mucosa rettale o anche allo sfintere anale (queste sono quelle classificate come lacerazioni severe). Tutti gli studi scientifici e le loro revisioni dimostrano che L’EPISIOTOMIA NON E’ IN GRADO DI PREVENIRE IN ALCUN MODO UNA LACERAZIONE SEVERA DEL PERINEO. Quindi, non ha nessun senso ricevere un taglio per risparmiarsi una lacerazione severa: l’episiotomia non è in grado di proteggere il perineo.
A chi sostiene che un taglio netto sia migliore di una lacerazione “sfrangiata”, rispondo che questo “essere meglio” non è affatto vero, specie per la donna. Se un tessuto cede in un determinato punto,è perché aveva bisogno di farlo proprio lì, come natura ha previsto. Il taglio praticato dall’esterno invece è arbitrariamente deciso da qualcun altro, ovverol’unica reale persona che trarrà giovamento da questa procedura, velocizzando il parto, rendendo più facili come operatore la sutura, ma per la donna sarà sicuramente un taglio più profondo, più doloroso, richiederà più punti, maggiori tempi di guarigione ed una più tardiva ripresa dei rapporti sessuali. Siamo ancora sicuri che l’episiotomia salvi il perineo?

L’unico caso in cui l’episiotomia ha senso di esistere è in caso di grave sofferenza fetale, ovvero nel caso in cui si renda davvero necessario accelerare il parto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che questi casi non dovrebbero superare il 15%. Se ci teniamo all’integrità del nostro perineo, la scelta del luogo del parto – se siamo orientate sull’ospedale – possiamo ad esempio attuarla anche in base alla percentuale di episiotomie eseguite nelle strutture papabili.

“E se non voglio l’episiotomia, me la faranno lo stesso?”
Ad essere sinceri, non possiamo sapere come andrà. E’ importante riporre fiducia nella struttura ospedaliera che scegliamo per il parto, così come nel personale che vi ci lavora e che ci accompagnerà nella nascita del nostro bambino. E’ possibile specificare nel momento del ricovero la volontà di non ricevere l’episiotomia salvo in caso di documentata sofferenza fetale, accettando anche di apporre tale volontà all’interno della cartella clinica. Inoltre, assecondare il nostro corpo e seguire le posizioni diverse dalla posizione ginecologica che il bambino ci chiede di assumere per le spinte è l’unica cosa davvero in grado di proteggere il nostro perineo, unitamente ad esercizi di ginnastica pelvica e di massaggio perineale da eseguire durante la gravidanza.

“Ho ricevuto l’episiotomia, sento che non è guarita bene, la cicatrice è ancora molto visibile, mi fa male durante i rapporti sessuali, e ai cambi di clima. C’è qualcosa che posso fare?”
Nulla è perduto, tutto si recupera, ed è importante riconoscere un eventuale disturbo per prendersene cura. E’ possibile massaggiare delicatamente la propria cicatrice, con un olio naturale come base, oppure calendula, o iperico. Anche la pomata RescueRemedy, per chi usa i Fiori di Bach, è un ottimo rimedio. La ginnastica perineale è importante anche in questo caso, per vitalizzare la zona, ridare ossigeno ai tessuto, aiutare i processi riparativi. Anche l’osteopatia può accompagnare nella guarigione.

Ostetrica Eleonora Bernardini

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Perineo : come lavorarci per migliorare il parto,la vita sessuale e la postura

Il Perineo per molti è uno sconosciuto: è “il pavimento” che sostiene, accoglie e contiene il retto, l’ano e la parete posteriore della vagina.
Impariamo a prendercene cura, muovendolo, massaggiandolo. La donna che si prende cura del suo perineo migliora non solo il suo parto ma anche il sesso e la postura.

Il pavimento pelvico è un insieme di muscoli e ogni muscolo ha un compito ben differente.

I muscoli sono disposti su tre strati, che scorrono l’uno sull’altro.
Il primo strato è quello esterno che chiude l’ano e la vagina.
Lo strato muscolare centrale sostiene l’uretra, la vescica e la parete vaginale anteriore.
Lo strato profondo sostiene il retto, l’ano e la parete posteriore della vagina.

Il perineo è legato molto alla respirazione e lavora in sinergia col diaframma toracico e con il diaframma cranico. E’ il luogo legato alle funzioni di una vita della donna: sessualità, riproduzione, evacuazione, respirazione. Conoscere questa parte del corpo così importante è fondamentale per tutte le donne. Esercitare e massaggiare il perineo agevola il parto, previene le lesioni, aiuta nel dopoparto, nella menopausa,contiene un eventuale prolasso uterino.

Vi propongo alcuni semplici esercizi per il perineo che potete eseguire quotidianamente in gravidanza e dopo:
-Con il perineo immagina di mangiare ciliegie e sputare il nocciolo, senti i muscoli che si muovono come per masticare le parti morbide della ciliegia.
-Immagina di “fare l’uovo”
-Di strizzare una spugna bagnata contraendo con forza i muscoli del perineo
-Di scrivere il tuo nome in corsivo
-E infine concludi con un sorriso del perineo

Per quanto riguarda il massaggio per il perineo va utilizzato un olio naturale (di oliva o di germogli di grano).

Appoggia una gamba sul bordo della vasca. Bagna le dita con l’olio e inserisci due dita nella vagina e massaggia formando una U per 5-10 minuti.

Un esercizio di visualizzazione molto semplice che può essere fatto quotidianamente è l ’ascensore:
Immagina che la tua vagina sia un ascensore che parte dal piano terra e vuole salire al terzo piano. Fai salire l’ascensore piano contraendo sempre di più il muscolo del perineo. Aumenta la pressione ogni volta che sali di piano. Ricordati di respirare. Manda l’aria dentro dal naso e buttala fuori con la bocca. Attenta a non tirare su le spalle quando sali di piano e a non stringere i glutei. Ed ora torna al pian terreno, spingi il perineo verso il basso e ricomincia.

Un massaggio semplice:
Esegui col il pollice sulle grandi e piccole labbra dei movimenti circolari per aumentare la circolazione. Continua con il massaggio fino a quando l’olio non si sarà assorbito. Appena l’olio è stato assorbito dalla cute si deve introdurre l’indice e il medio di entrambe le mani all’interno della vagina e fare un movimento di apertura, pressione, verso destra e sinistra. Questo massaggio può farlo anche una mamma che ha avuto una
precedente episiotomia.

Il Massaggio non deve essere doloroso, in questo caso vuol dire che non siete abbastanza rilassate.

Vi consiglio di fare gli esercizi di Kegel:
1) Stringete e rilasciate, fino a 30 volte consecutive.
Per capire come fare l’esercizio con i muscoli corretti provate a fare questo esercizio durante la minzione.
Interrompere il flusso della pipì, e poi a rilasciare, i muscoli sono proprio quelli li!

2) Stringete e tenete la contrazione.
Tenete contratto il muscolo del perineo per 10 secondi e poi riposate per altri 10 secondi.

Con questi esercizi riuscirai a:

– Migliorare la vita sessuale
– Migliorare l’incontinenza da sforzo.
-Previene le emorroidi
-Migliorare la circolazione.

La gravidanza è un momento di superlavoro per il perineo di una donna perchè i muscoli sono sollecitati per tutto il tempo dal peso del pancione che contiene il feto, il liquido amniotico e la placenta.

Un perineo ben tonico prima è un perineo che riprende la sua tonicità con maggiore facilità una volta partorito.